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IL RITORNO
Terence cambia nome e ritrova
se stesso
Trent d'Arby si
fa chiamare Sananda Maitreya e dopo anni di crisi è
tornato con un disco, "Wildcard", ai livelli del
debutto da 12 milioni di copie. Il 25 maggio in concerto ad
Ancona
Ci sono voluti sei anni perché ritrovasse se stesso
e quella sua delicata arte di dipingere canzoni con i colori
del soul e del funk, ritoccati con i sapienti pennelli del
pop. Ci sono voluti sei anni per dimenticare un folgorante
album di debutto ("Introducing the hardline according
to...", 12 milioni di copie piazzate in tutto il mondo)
che, col senno di poi, si è rivelata un'affilatissima
arma a doppio taglio. Ci sono voluti sei anni (il penultimo
disco, "Vibrator", è del 1995), ma Terence
Trent d'Arby ce l'ha fatta.
Il ragazzo di colore con i grandi occhi azzurri e i
lunghi dreadlocks capace di cantare la black music con tutta
la spiritualità di Prince accompagnata dalla grinta
di James Brown e i sinuosi movimenti di un Michael Jackson
particolarmente ispirato, è tornato. Dopo un sofferto
peregrinare alla ricerca di una nuova identità che
potesse fargli dimenticare in fretta quella ingombrante di
pop star da 12 milioni di copie (nel 1989 aveva fatto precedere
il suo secondo album, "Neither fish nor flesh" da
un singolo pubblicato sotto lo pseudonimo The incredible Eg
O'Reilly, mentre nel '95 al taglio del nome preferì
quello dei capelli che dai lunghi dreadlocks passarono ai
cortissimi biondo platino), Terence Trent d'Arby è
tornato sotti i riflettori della ribalta con un nuovo album
degno di quel folgorante debutto, "Wildcard", anticipato
dall'ispiratissimo singolo "O' Divina", che lo riporterà,
tra l'altro, anche sul palco dei concerti (in Italia è
attesissimo il 25 maggio al Barfly di Ancona).
Il vizio di comunicare al mondo di essere cambiato e di
aver riscoperto una nuova identità ancora non l'ha
perso (adesso si fa chiamare Sananda Maitreya, confermando
di aver imparato alle perfezione la lezione del maestro Prince),
ma l'impressione è che questa volta la metamarfosi
non si fermi alla superficialità di un nome o di un
taglio di capelli, ma vada
più lontano. Le 18 nuove canzoni che compongono "Wildcard"
(dalla soul ballad "Sweetness" all'elettronica di
"Srr-636", dal funk coinvolgente di "O'Divina"
alla leggerezza di "Drivin' me crazy") scivolano
via come novelle "Wishing well", sprigionando armonia,
serenità e ritrovata ispirazione.
Intendiamoci: i precedenti "Symphony or damn" e
"Vibrator" erano tutt'altro che brutti album, ma
proprio la voglia di Terence di staccarsi dalla pesante etichetta
di popstar da 12 milioni di copie l'avevano portato a immettersi
in sentieri più sconnessi, quelli della ricerca e della
sperimentazione, troppo spesso appena accennata e mai portata
davvero a termine. Una confusione, artistica e personale,
che lo hanno allontanato progressivamente da quella freschezza
compositiva di immediata presa che, invece, gli fece da sontuoso
biglietto da visita davanti al grande pubblico.
Ora, sembra proprio che quell'ispirazione sia tornata
e che il buon Terence stia lentamente imparando a convivere,
senza farsi troppo coinvolgere, con le ferree leggi del music
business. Tanto che, piuttosto che vedere incastrate le proprie
canzoni in 40 minuti di concerto in apertura del tour degli
UB40, ha preferito ricominciare dai club con la coscienza
e la libertà di gestirsi in pieno la sua arte e il
suo pubblico. E, in fondo, alla fine di tutto poco importa,
se a salire sul palco è Terence Trent d'Arby o Sananda
Maitreya.
di Andrea Brusa