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WILDCARD


courtesy of © Universal


di Stefano Crippa


At: www.blackmagazine.it and www.videomusica.it


Terence Trent D’Arby
a.k.a. Sananda Maitreya’s:
“Wildcard”
(Sananda Records/Universal).

Per buona parte dello star system, la gabbia dorata del successo di massa è il coronamento assoluto dell’ambizione. Sarebbero disposti a qualsiasi cosa pur di restare al top: anche di barattare l’anima con il diavolo, se mai fosse possibile. Esiste poi una (ristretta) categoria di artisti per i quali restare imprigionati nei cliché che fama e denaro portano inevitabilmente con sé, è un rischio che non vogliono correre.

E’ il caso di Terence Trent D’Arby. Un esordio discografico dirompente che nel 1987 lo portò con l’album di debutto (“Introducine the hardline according to…”) a vendere la bella cifra di dodici – dicasi 12! - milioni di copie. C’era di che montarsi la testa. E invece con i tre album realizzati nei successivi otto anni ha – con bella incoscienza - smontato il proprio “mito”, proponendo ai fan un po’ sbigottiti album belli ma tremendamente sperimentali, scomparendo di fatto dalle parti alti delle classifiche.

Riappare ora dopo cinque anni; la magnifica voce di cinque ottave si è solo lievemente arrocchita, ma il talento è rimasto immutato. E per l’occasione si ribattezza Sananda Maitreya’s: “Da sei anni a questa parte” racconta lo stesso Terence alias Sananda “i miei amici mi chiamano Sanando. Ma non è il nome di una setta religiosa, sono sempre stata una persona spirituale ma non ho mai avuto niente a che fare con realtà religiose dogmatiche. In realtà non sono diventato Sananda, mi sono semplicemente ricordato che lo ero. Oggi sono una persona libera che vive nel presente, nella grazia di ogni istante, perché nel profondo mi sono sempre preoccupato delle verità. Da quando ho imparato ad accettarmi come Sananda vivere la mia verità è la sola cosa che mi importi davvero”.

E questo stato di grazia, non solo apparente, è trasparente sin dall’ascolto delle note dell’introduttiva “O Divina”. E’ subito chiaro dove si voglia andare a parare: tra fiati, tastiere sixties e ritornelli irresistibili, siamo dalle parti della vecchia scuola Motown, che l’ex enfant prodige gioca a “contaminare” e mescolare con gli stili più vari. Il vecchio funk dalla battuta ritmica secca e vigorosa, l’interpretazione volutamente sporca rendono “Designated fool” una delle perle del disco, con liriche al vetriolo dirette contro i soloni che si ergono a patetici maestri di vita.

“The inner scream”, l’urlo soffocato, è un’esortazione ad aprirsi e a non soffocare l’istinto: “Se non ti senti bene con te stesso, se non tiri fuori l’urlo che è dentro te la tua rabbia si trasformerà in una malattia”. Batteria incisiva e voci soffocate in fase di missaggio dagli strumenti fino al ritornello dove esplode un falsetto devastante. E’ un diluvio di suoni che si stemperano solo con l’undicesima traccia, intitolata non per niente “Sweetness”; una ballata dall’andatura sbarazzina e ballabile. Forse fuori target per gli amanti del soul patinato e di buone maniere, “Wildcard” è una scossa della quale sentivamo proprio bisogno.

Suggerimenti:

videomusica:Terence Trent D'Arby

 

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