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Intervista a Terence Trent D'Arby

At: www.portalinus.it/


Milano, 26 novembre - «Il mio album è il migliore nella storia della musica dai tempi di Sgt. Pepper’s», così un giovane e promettente cantante soul si presentò al mondo nell’ormai lontano 1987. Il disco in questione era Introducing The Hardline According To Terence Trent D’Arby, il lavoro d’esordio di Terence Trent D’Arby, il 25enne figlio di un pastore della chiesa evangelica pentecostale di New York. Quell’album avrebbe venduto otto milioni di copie, spingendo qualche giornale a definire il suo autore come «il nuovo Prince».

Le cose però andarono diversamente: Neither Fish Nor Flesh (1989), l’opera seconda, non fu all’altezza dell’esordio, soprattutto dal punto di vista delle vendite. Poi, complici alcuni profondi dissidi con la sua casa discografica, D’Arby precipitò in una crisi creativa che i successivi Symphony Or Damn (1993) e Vibrator (1995) non riuscirono a interrompere. Dopo sei anni di silenzio, ecco Wildcard, il primo album di Sananda Maitreya. Sì, perché Terence non ne vuole più sapere del suo vecchio nome: «Da sei anni a questa parte i miei amici mi chiamano così. Terence era una maschera, qualcosa di temporaneo, un nome che non mi è mai piaciuto». Vestito con un elegantissimo giubbino scamosciato con tanto di foulard annodato al collo, quello che a molti sembrò il recordman dell’arroganza parla con voce calma e suadente, bevendo tè e succo d’arancia. D’Arby, classe 1962, può ancora essere considerato un sex symbol, complici i suoi curatissimi dreadlocks, rispuntati dopo uno sciagurato periodo di capelli corti biondo platino. «A trentuno anni mi sono distanziato da Terence e dalla sua identità - dice come se fosse la cosa più naturale del mondo - perché non stavo vivendo la vita cui ero destinato. Il fatto di ricordarmi che in realtà ero Sananda mi ha salvato: Terence aveva sofferto troppo, il dolore che provava era troppo forte e bloccava il mio processo creativo».

Intende dire che Sananda e Terence sono due persone diverse?

«Sì. Terence era solo una maschera e io a un certo punto non sapevo più chi ero, poi la memoria mi è tornata e mi sono ricordato di essere Sananda. È stato un processo lungo: occorre molto tempo per ricordare chi sei e renderti conto che sei diverso da come gli altri si aspettano che tu sia. Ecco perché ci hanno insegnato a temere i nostri desideri: perché questi ci dicono come siamo veramente e siamo sempre diversi da come gli altri vorrebbero. Molte persone sono infelici perché investono una grandissima parte delle loro energie per cercare di diventare come dovrebbero. Questo succede perché non sanno chi sono veramente e non riescono a capire cosa vogliono davvero».

Dopo essersi scontrato piuttosto duramente con la sua ex casa discografica, qual è la sua opinione riguardo il music business?

«Il problema principale è che le etichette discografiche pensano che chi fa musica lavori per loro e non con loro, come invece sarebbe più corretto pensare. La conseguenza di questo atteggiamento è che il musicista viene trattato come un cavallo da tiro e alla fine si stanca. La necessità di fare profitto non è sbagliata in se stessa, visto che senza i guadagni queste aziende dovrebbero chiudere, però spinge i discografici a imporre delle scelte che l’artista non condivide, con conseguenze negative sia sulla musica che sul rapporto fra musicista e discografico. Un’altra cosa che mi dà fastidio è il fatto che l’industria discografica tratta i fan più giovani come idioti, pensando che i profitti si possano ottenere solo così. Almeno i videogiochi premiano un ragazzino per la sua intelligenza, mentre l’industria del disco gli propone Britney Spears, le cui canzoni non possono dire niente a una persona su chi è veramente. Penso che i buoni songwriter siano quelli capaci di dirti qualcosa su te stesso ».

Che cos’è per lei la musica a più di tredici anni dal suo esordio?

«La musica è qualcosa che apre il nostro cuore e le nostre percezioni. È potere, fuoco: cambiando la storia della musica, i Beatles hanno cambiato anche la storia del mondo. È anche e soprattutto amore: la maggior parte delle canzoni parla d’amore perché è ciò di cui tutti abbiamo bisogno senza averne mai abbastanza».

Ora che è uscito il suo nuovo disco, tornerà anche a esibirsi dal vivo?

«Sicuramente, anche se non ho ancora deciso quando. Adesso sono il manager di me stesso: non ho più bisogno di versare a qualcun altro il quindici per cento dei miei guadagni perché mi dica chi dovrei essere e cosa dovrei fare. Adesso ci posso arrivare da solo».

Cosa pensa di Internet come strumento per distribuire musica?

«Penso che la Rete sarà la salvezza dell’industria musicale, perché manderà a casa molti degli intermediari tra artista e consumatore finale, permettendo una comunicazione più diretta fra i due anelli fondamentali del processo creativo».

Qual è la sua opinione, da cittadino americano, riguardo la crisi internazionale?

«Penso sia un riflesso della crisi attraverso cui le persone passano tutti i giorni. La guerra in corso riflette la guerra che c’è in noi ma è un male necessario perché le persone che ne sono responsabili non sono state capaci di risolvere certi problemi stando attorno a un tavolo. Per gli Stati Uniti questo conflitto è anche un’occasione per maturare, rendendosi conto che il loro grande potere implica anche grandi responsabilità: per il momento sono un Paese grande, dovranno diventare un grande Paese».

Maurizio Zoja

 

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